Il Condominio – Parte III

Come le altre parti, anche questa è sconsigliata agli under 16.
Buona lettura!
Ci sono almeno due lati positivi nell’addormentarsi vestiti: al risveglio sei già pronto e non devi stare lì a chiederti cosa indossare. Nonostante abbia passato la notte sulla poltrona del mio ufficio, con la testa schiantata sulla scrivania dall’ultimo bicchiere, mi sento un leone. Perfino la sveglia non mi sembra ostile come al solito. Stacco il foglio che mi si è appiccicato alla fronte ed estraggo dalla mia natica destra la punta di una matita, i cui resti sono ancora sparsi sulla poltrona. Ecco cos’era a darmi fastidio, stanotte.
Metto la caffettiera sul fuoco e mi concedo il lusso di aspettare che il caffè sia pronto, leggendo buffi ritagli di giornale che conservo per occasioni come queste.
Sto rileggendo l’annuncio di un ferramenta di Urbino recante l’invitante promessa “qui chiavi subito”, uno dei miei preferiti, quando il telefono squilla. Il suono proviene da sotto una gigantesca pila di scartoffie accatastate a terra.
Mi chino, la schiena schiocca minacciosamente mentre le vertebre ritrovano il loro assetto dopo una notte da fachiro. Rovisto tra chili di carta fino a che le mie dita non si chiudono intorno alla cornetta.
– Burton.
Dall’altra parte arriva la voce tremante del signor Tacqui, o come diavolo si chiama. E’ parecchio agitato.
– Si calmi e ricominci da capo – gli dico, cercando di imprimere un significato alle sue parole sconnesse.
– Deve venire subito. Qualcuno è stato qui stanotte.
– Lo ha visto?
– Venga subito e basta!
Riaggancio. Il caffè intanto è uscito dalla caffettiera, è scivolato sul legno della scrivania ed è andato a formare una chiazza notevole sulla moquette. Addio colazione.
Fuori il cielo ha un’aria malsana: quella di uno che dopo una sbronza deve ancora capire se ha finito o no di vomitare.
Il temporale della scorsa notte ha fatto straripare i tombini, inondando le strade di una melma marrone e maleodorante. Osservo un grosso sorcio che va alla deriva su una scatola da scarpe, mentre prego tutte le divinità di cui sono a conoscenza che la mia macchina sia in condizione di camminare.
Fuma e sputacchia, sembra un battello a vapore. Ma va avanti, la ragazzaccia, questo è quello che conta.
Poco alla volta ricomincia il diluvio mentre il traffico, tra i poveracci che come me vanno a lavorare e il maltempo, è talmente congestionato che riesco a sentire sia il radiogiornale delle sette che quello delle otto.
Verso le otto e mezza arrivo in via Turati, ormeggio l’auto ad un lampione e raggiungo a nuoto il portone.
Attraverso l’atrio e salgo gocciolando la rampa di scale che conduce al primo piano.
Quello gnomo del mio cliente mi attende sulla soglia, sconvolto.
E’ lordo di sangue dalla punta del naso a quella dei piedi, ma il fatto che si regga ancora sulle gambe mi fa bene intendere che non sia suo. Senza neanche offrirmi una sigaretta si volta e mi fa strada lungo il corridoio, stavolta diretto verso la sua stanza, un ambiente pacchiano come il proprietario. Mobili di legno nero in stile moderno, moquette bianca, lampade alogene. Letto a due piazze rotondo con lenzuola zebrate e testa di mozzata porco. E’ quello che ho detto. Una pozza appiccicaticcia di sangue rappreso s’è formata sulla moquette candida a fianco al letto.
– Cos’è, erano finite le teste tradizionali di cavallo, al discount della malavita?
Non mi risponde, sta rovistando in una cassettiera piena di calzini orrendi. Ne srotola un paio e dal fondo pesca un portapillole, quindi ingoia due pastiglie e si siede su una poltrona dorata con imbottiture in camoscio.
– State girando un’imitazione scadente de Il Padrino, per caso?
Totò si aggira per la stanza, incuriosito. Questo mi suggerisce che io invece ho scordato di prenderle, le pillole.
Cerco di ignorarlo anche se devo ammettere che, per essere una proiezione mentale postraumatica, ha un gran senso dell’umorismo. Mi concentro quindi sulla testa, separata dal resto del suino con un taglio abbastanza netto. Pinzato all’orecchio sinistro c’è ancora un brandello del cartellino del macellaio: si leggono solo le prime tre lettere, ma sono più che sufficienti. Cerco il numero sull’elenco e lo compongo sul telefono dello studio a fianco. Risponde un uomo.
– Zio Frattaglia, le meglio  carni d’Italia, come posso servirla?
– Buongiorno, sono il dottor Michelis, la chiamo dall’ufficio malattie infettive. Ha toccato suini od ovini, nelle ultime 48 ore?
Attimo di silenzio.
– Certo – balbetta alla fine la voce dall’altro lato del telefono – Perché?
– Allora non c’è tempo da perdere. Potreste essere esposti ad un raro agente patogeno ad alto rischio  e potenzialmente letale.  Corra in ospedale a farsi fare una colonscopia, e intanto mi passi il responsabile.
– Sono io, il responsabile – dice con tono allarmato.
– Ho urgente bisogno di sapere se avete venduto teste di porco, ultimamente.
– Solo la testa?
– Precisamente. Il virus si innesta nelle cellule cerebrali, devo rintracciare l’acquirente.
– Ne ho venduta una in effetti, un ordine abbastanza insolito. Consegna a domicilio. Un attimo solo.
Sento un rumore di fogli e scartoffie, poi l’uomo riprende la cornetta. A volte mi meraviglio dell’ingenuità di certi individui.
– Via Turati 13, appartamento 6.
– Grazie mille. Manderò qualcuno da voi in giornata per la profilassi.
– Un momento, ma perché la colonscopia…
Riaggancio, dopo un’interpretazione magistrale. E pensare che nelle recite scolastiche mi facevano fare sempre l’albero. Abbandono il signor Taschi al suo stato vegetativo e mi avvio verso il prossimo sospettato.
L’appartamento occupa interamente il terzo piano. Sopra il numero 6 è stata appesa una luce rossa lampeggiante, la porta è spalancata e si affaccia direttamente su un ampio salone.
Davanti a me, su un divano che ingombra gran parte dello spazio disponibile, un africano con ottime referenze ha un bel daffare con tre bionde smaliziate, nude come mamma le ha fatte.
Il taccuino mi cade di mano e la bocca si spalanca in uno slancio di stupore.
– Stop! Stop, dannazione.
A quelle parole le biondone si coprono e vanno a rifarsi il trucco mentre io divento quasi strabico nel tentativo di seguire tre paia diversi di chiappe perfette.
Un grassone con la barba, i capelli lunghi unti come patatine fritte e un paio di occhiali da sole mi si avventa contro sventolando in modo isterico un plico di fogli.
– Che diavolo fai qui, non hai visto la luce rossa fuori? – dice, indicando la porta con le dita grassocce.
– Mi manda il signor Taschi – tento di spiegare, trattenendo il fiato. Puzza in maniera insopportabile, come di un’eccitazione sudata.
– Chi?
Sbaglio sempre.
– Il proprietario dello stabile.
Mi squadra dalla testa ai piedi, spulciando i residui di un pasto rimasti imprigionati nella barba color carbone.
– Ma gli avevo detto che la scena del maniaco sessuale è domani. Non avete letto il copione?
Lo guardo perplesso. Ora che ci penso, mi ha appena dato del maniaco sessuale.
– Perché, i film porno hanno anche un copione?
Mi sventola davanti un fascicolo di ben sette pagine. Sarà un lungometraggio.
– Credo che lei abbia frainteso, signor…
– Fausto Sebaci. Regista, produttore e attore.
Alla terza qualifica non riesco a trattenere una risata. Se questo si spoglia, dal porno passiamo all’horror.
– Senti – mi dice seccato – non ho tempo da perdere io.
Gli spiego la situazione.
– Siediti lì – sbuffa, indicando una sedia vuota nella penombra dietro la cinepresa – dopo parliamo.
Non me lo faccio ripetere due volte. In questo lavoro le gratifiche sono poche, un’occasione del genere capita una sola volta. Mi accomodo sulla sedia pieghevole, in mezzo a un quartetto di trentenni arrapati. E’ il prezzo da pagare per assistere allo spettacolo, suppongo.
Puzzano di sfigato lontano un miglio, ansimano ad ogni centimetro di pelle scoperto e a volte grugniscono abbastanza forte da far interrompere le riprese.
Quello alla mia sinistra, un ragazzo stempiato e con la faccia decorata di brufoli, mi porge sorridendo il suo secchiello di popcorn. Dio solo sa dove ha messo le mani, prima. Per stavolta passo.
Un’ora dopo siedo di fronte a Fausto Sebaci nella stanza che ha eletto ad ufficio, guarda caso la dispensa. Vado dritto al sodo.
– Pare che qualcuno stia cercando di togliere di mezzo il mio cliente. Stamattina si è svegliato con una testa di porco nel letto, che ho saputo essere stata ordinata da qualcuno in questo appartamento.
– Ecco dov’era finita – esclama sorpreso il regista – l’avevo ordinata io stesso.
– Per quale motivo?
– Il film si chiama Quel porco del vicino, la testa era un elemento scenico fondamentale. Appena consegnata, l’ho messa nel grosso congelatore che abbiamo portato in cucina.
Questo tizio, oltre che disgustoso e perverso, è anche irritante. Parlando gesticola continuamente, come dirigesse una maledetta orchestra. Un’orchestra in cui suonano tutti il flauto e invece di soffiare aspirano.
– Ha idea di come abbia fatto a finire nel letto del mio cliente?
Fa spallucce.
– Al mio arrivo mi è parso di capire che avete un qualche genere di rapporto.
– Ogni tanto mi procura qualche attore a buon mercato e io gli faccio qualche ripresa privata. Si può dire che siamo quasi soci.
– Nessuno screzio?
Scuote la testa, causando una nevicata fuori stagione.
– Avrei bisogno di dare un’occhiata al congelatore dove aveva messo la testa.
La cucina è stata riallestita per ospitare il materiale tecnico di scena. In mezzo a un bosco di riflettori e ad un appendiabiti a rotelle pieno di costumi da idraulico, giardiniere e infermiera, c’è un vecchio congelatore da bar che produce un ronzio basso e costante. Lo spalanco: tra le pareti coperte di ghiaccio ci sono solo superalcolici, ma è tutto pulito. Probabilmente la testa era contenuta in un sacco o roba simile.
Congedo Fausto Sebaci senza stringergli la mano, per ovvi motivi, ma non prima di essermi fatto dare i recapiti di tutte le attrici. Per le indagini, ovviamente.
Mi siedo a pensare sulle scale, fuori dall’appartamento. Sento che al mio puzzle mancano ancora parecchi pezzi. E a proposito di cose mancanti, mi guardo intorno per cercare Totò. L’ho perso di vista quando la mia attenzione è stata monopolizzata dalle tre grazie senza veli.
Ora mi ci vorrebbero un caffè e una doccia fredda, l’uno per disinceppare il cervello e  l’altra per placare un’imperitura erezione. Scendo nuovamente fino all’atrio, dove ho visto una vecchia macchinetta a monete, continuando a scervellarmi su questo caso di cui non vedo ancora la fine.
Mi blocco a metà strada: c’è qualcosa di storto. E non mi riferisco all’erezione.
Quando Totò mi raggiunge, sto ancora tentando di capire cosa.
– C’è una scritta nuova sulla parete – mi suggerisce, ponendo fine al mio tormento.
Benedetto subconscio malato.
Sempre vernice rossa: “Tachis porco”. L’allusione alla testa nel letto è fin troppo chiara.
–  Cazzo.
Salgo i gradini quattro alla volta, quando arrivo all’appartamento del signor La Siepe ho il fiatone ed un crampo al polpaccio destro. Non ho più il fisico per queste stronzate.
Entro senza bussare, l’imbianchino alza la testa e mi fissa. E’ ancora lì dove l’ho lasciato ieri, legato alla sedia, in mutande. Esco e richiudo la porta, mozzandogli una bestemmia piuttosto articolata.
Eppure ero certo fosse lui. E’ sempre bello quando a metà di un caso scopri di non aver capito un cazzo.
Se non è stato l’imbianchino, che è ancora legato qui, e non è stato il regista, che era con me, vuol dire che la mia sfilza di interrogatori continua. Dopo pranzo però.
Camminando rasente ai muri per bagnarmi il meno possibile, scovo una piccola trattoria.
La proprietaria è una vecchina che odora di pane appena sfornato e che si aggira in ciabatte per la piccola sala quasi completamente vuota. Mi fa accomodare a un tavolo in disparte e accende una candela, la cui cera inizia a colare sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi. Mezzo litro di vino, un piatto di spaghetti ai frutti di mare e una bistecca al sangue mi metteranno dell’umore giusto per affrontare il resto di una giornata di merda. Totò mi guarda mangiare con invidia, sperando forse che qualcosa mi vada di traverso.
– Come pensi di procedere ora? – mi domanda, appoggiando il mento appuntito sulla mano, senza smettere di fissare il movimento rotatorio della forchetta nel piatto.
– Non lo so. Praticamente chiunque in quel palazzo avrebbe un buon motivo per ucciderlo, la lista che ho stilato sembra un’enciclopedia. Mi stupisce che sia ancora vivo.
Mi pulisco la bocca con l’orlo della tovaglia e butto giù mezzo bicchiere.
– E questo non ti fa sorgere il dubbio che non sia una persona per bene?
– Totò, non piace neanche a me, ma i soldi erano buoni. Non ho tempo per stronzate moraliste, dormo nel mio ufficio cazzo.
La vecchia intanto arriva con la mia bistecca, sembra non curarsi del fatto che sto parlando da solo.
– E poi, il fatto che con tutta probabilità uno sia una carogna, non ti autorizza a farlo secco.
Totò alza gli occhi al cielo e fa cenno con la mano, come a dire parla, parla.
Poi è la volta della crostata di mele offerta dalla casa. Una delizia, l’apoteosi del sapore, ogni boccone sembra sciogliersi in sulla lingua.
– Complimenti – grido alla proprietaria, voltandomi verso di lei.
Quella si passa il dorso della mano sotto al naso, producendo un suono irripetibile, poi se la asciuga sul grembiule.
– Grazie, l’ho fatta con le mie mani.
Mi è passato l’appetito. Lascio i soldi sul tavolo, vicino al resto della crostata, e sotto lo sguardo divertito del mio amico immaginario mi avvio verso l’uscita.
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