Il Condominio – Parte II

Il mio prossimo colloquio è con l’inquilino dell’appartamento numero 12, l’imbianchino.
Mi fermo sulla soglia. Da dentro viene un rumore forte, come di trapano.
Immagino che con questo baccano bussare sia inutile, ma un tentativo lo impone la buona educazione.
Non mi accorgo che la serratura è stata divelta e la porta si spalanca al primo colpo.
Davanti a me ora ci sono quattro individui, uno dei quali in una pessima situazione.
Giace legato a una sedia col volto coperto di lividi, un occhio viola e gonfio e svariate abrasioni e bruciature sul resto del corpo seminudo.
Un uomo in abito scuro, lordo di sangue che certamente non gli appartiene, lo tiene per i capelli mentre un secondo, vestito uguale, impugna un grosso trapano. In disparte, come fosse al cinema, un terzo compare siede tranquillamente su una poltrona con un bicchiere di liquore in mano.
– Il signor La Siepe presumo – dico rivolto a quello in mutande, che si limita ad annuire e sputare sangue.
– Ho sbagliato momento eh?
Quello seduto in poltrona agita il bicchiere, facendo tintinnare il ghiaccio al suo interno.
– Ma le pare – dice – se vuole sedersi piuttosto, tra cinque minuti abbiamo finito.
E’ un tizio inquietante. Ha occhi neri e magnetici da cui è impossibile distogliere lo sguardo, tanto che il resto della sua persona appare quasi indistinto.
– Capisco. Ma vede, io ci devo parlare col signore.
– Cercherò di venirle incontro. Sentito, Floris?
L’uomo col trapano annuisce, posa l’attrezzo sul tavolo vicino ad un’altra decina di gadget dal kit del piccolo sadico e afferra una fiamma ossidrica portatile.
Appendo l’impermeabile all’ingresso e mi sistemo nella stanza accanto, una camera da letto con le pareti azzurro pastello. C’è anche un vecchio giradischi, chiudo la porta e metto su Twist and Shout per coprire le grida.
Qualche minuto dopo, bussano. Peccato, il disco non è ancora finito.
Esco con cautela, ma nel piccolo salotto non è rimasto nessuno eccetto l’imbianchino, ancora legato alla sedia. E’ un uomo di circa quarant’anni, un perfetto signor nessuno. Al vasto catalogo di piaghe inferte si aggiunge una grossa ustione su una coscia e nell’aria c’è un odore nauseante.
Mi siedo, accendo una sigaretta e appoggio il pacchetto sul tavolo.
Per riflesso, l’imbianchino sgrana gli occhi e stringe le cosce. Quei tizi facevano sul serio.
– Signor La Siepe, sono Frank Burton, investigatore privato. Dovrei farle alcune domande.
Annuisce lentamente, senza perdere d’occhio la mano con la sigaretta.
Forse dovrei spegnerla, mi sembra piuttosto scosso.
Ancora un tiro.
– Per cominciare, chi erano i suoi ospiti?
– Nessuno di importante. Degli amici che mi hanno fatto un prestito, tutto qui.
Mi sforzo di immaginare cosa sarebbe successo se non fossero stati amici.
– Ha problemi finanziari dunque.
Non risponde.
– Lei è imbianchino, tiene le vernici in casa o ha un magazzino?
– In casa – indica con la testa un armadio a muro.
Mi alzo e vado ad aprirlo: al suo interno sono stipati in ordine cromatico grossi barattoli di vernice, dal nero al bianco, per tutto lo spettro. Altra parola che ho imparato su un documentario. Mi chiedo cosa non si impara, in tv. Ad ogni modo manca un colore, precisamente tra le tonalità di rosso magenta e primario.
Prendo nota e torno al mio posto.
– Cazzo – dice una voce alle mie spalle – questo sì che l’hanno frullato per bene.
Sento il rumore delle scarpe eleganti di Totò, che fa il suo ingresso nell’appartamento.
– Sembra che sia passato un tornado. Guarda, è arrivato sangue perfino sul soffitto.
– Totò, sto lavorando. Ti spiace?
– Mi spiace sì, avrei voluto esserci. Comunque vedi, avevo ragione. Questo tizio è perlomeno sospetto.
La Siepe intanto è ancora legato alla sedia, con l’espressione di chi comincia a pensare che lo hanno pestato troppo forte sulla testa.
– Guardi che io sono qui, che cazzo sta blaterando – si lagna.
– Lo so – gli dico  -arrivo subito, non rompa i coglioni.
Convinco Totò ad aspettarmi fuori e torno al mio sospettato.
– Ha qualche conto in sospeso con il signor Tarsi?
– Chi?
Ci risiamo, coi nomi faccio cagare. Come diavolo si chiama?
– Il proprietario dello stabile – risolvo brillantemente.
– E’ un bastardo.
– Può essere più preciso?
– Madre certa e padre ignoto.
Spiritoso, per essere uno a cui hanno appena spento una sigaretta sullo scroto.
Mi alzo e faccio un giro per la stanza: c’è troppo buon gusto nell’arredamento per un uomo del genere.
– Da quello che mi è stato detto – spiego, passeggiando tra i resti dell’appartamento a soqquadro -avete avuto qualche discussione accesa, in passato. A che riguardo?
Non risponde, ma per un istante il suo sguardo corre all’unica foto rimasta appesa al muro.
E’ il primo piano di una bella donna, ricci castani, occhi grandi che non guardano l’obiettivo. Do un’occhiata alla mano dell’imbianchino, al posto della fede c’è una striscia di pelle chiara. Divorzio recente, lo so per esperienza.
Era sua moglie, questa? – domando, sottolineando bene il tempo passato del verbo, senza distogliere lo sguardo dalla foto. Con la coda dell’occhio colgo l’espressione rabbiosa che altera ulteriormente i suoi tratti già sconvolti. Credo di essermi fatto un’idea sufficientemente chiara.
– Qui ho finito – dico, recuperando l’impermeabile e avviandomi verso l’uscita.
– Come sarebbe a dire ho finito – grida quello, isterico, saltellando sulla sedia – non sta dimenticando niente?
– Ah già.
Torno indietro e recupero le sigarette dal tavolo. A volte non so dove ho la testa.
– Grazie, con quello che costano…
Uscendo, mi tiro appresso la porta.
Ora sono quasi certo che le scritte sul muro le abbia fatte lui. Ma non bastano a provare che stia tentando di uccidere il mio cliente e poi, se chiudessi il caso adesso, rimarrei disoccupato.
Decido che per oggi ne ho avuto abbastanza, raggiungo la macchina e guido fino a casa.
La pioggia non ha ancora smesso di battere. Un po’ come la mia prima ex moglie.
Seduto alla mia scrivania, affogo la noia in un bicchiere di whisky guardando l’ammasso di foto a cui s’è ridotta la mia esistenza, ognuna con la sua bella cornice.
Una risale a quasi vent’anni fa. Ritrae me e Totò alla festa della birra, ubriachi come irlandesi.
Non che abbia nulla contro gli irlandesi, mio padre era irlandese. Gran brava persona, quando non beveva. O almeno così dicono.
Io, per me, sobrio non l’ho mai visto.
Alla festa della birra, dicevo. Ci reggevamo l’un l’altro per non cadere, avevamo intenzione di bere fino a scoppiare o morire nel tentativo. Poi aveva iniziato a piovere, e mentre tutti correvano a ripararsi noi eravamo rimasti sotto l’acqua a cantare le osterie. Io e Totò, sempre. Mi manca davvero tanto.
Ora è il caso che vi spieghi due o tre cosette sulla mia vita, prima che l’alcool cominci ad annebbiarmi il cervello e prima che cominciate a credermi pazzo. Anche se non saprei darvi torto.
Sono stato effettivamente campione di europeo boxe, pesi medi, col nomignolo di Frankie Boom. Prima del mio ultimo incontro, un match truccato della peggior specie, avevo anche una carriera da poliziotto sottopagato, e Totò era il mio compagno inseparabile. Amici nel lavoro e nella vita.
La sera dello scontro ricevetti una telefonata che non mi piacque, una voce familiare mi consigliò di perdere  o avrei perso il lavoro. Mi disse che il mio armadietto sembrava al momento una raffineria colombiana, e sarebbe bastata un’altra telefonata per farmi la festa. Chiuse recitando cifra per cifra l’esatta combinazione del mio armadietto: non scherzava affatto.
Così persi contro uno che avrei potuto battere con un colpo di tosse o al massimo una scoreggia.
Totò scoprì chi c’era dietro al ricatto e tentò di avvertirmi, ma gli chiusero la bocca a forza, con un colpo soltanto. Quando venni a sapere che il commissario del mio dipartimento aveva fatto una fortuna con le scommesse sul mio incontro, feci due più due e gli ruppi quattro denti.
Poi gli fratturai tre costole, gli spappolai la milza, gli frantumai il naso e gli procurai un trauma cranico. Un mese di prognosi, a sentire i dottori. Ma si sa che i dottori non capiscono un cazzo, infatti quando uscì ripetei l’operazione. Due mesi, stavo migliorando.
Tornato finalmente in servizio, firmò il mio congedo di persona, sorridendomi con quattro denti nuovi, pagati con i soldi della mia sconfitta.
Finita la predica, potete anche commiserarmi adesso.
– Ancora lì a guardare quella merda? – Totò siede dall’altro lato della scrivania, con i piedi appoggiati sopra di essa. Il dottore mi ha detto che non devo parlarci.
– Sì – rispondo, in culo al dottore.
– Non ti sentirai ancora in colpa per caso.
– Sì – Quando sono giù, sono proprio un interlocutore da schifo.
– Guardami.
Continuo a fissare la foto, so già cosa vuole mostrarmi. E’ sempre la solita storia.
– Guardami!
Sollevo la testa a malincuore. Lui scosta la giacca, dalla parte del cuore. Il buco è lì, il sangue bagna la camicia come fosse appena sgorgato.
– Non mi hai sparato tu, smettila di farti le seghe, Frankie.
Per stasera basta. Apro il cassetto della scrivania, cerco tastoni le mie pillole. Ne metto in bocca una e mando giù col whisky, poi chiudo gli occhi e attendo.
Quando li riapro, Totò non c’è più.
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