Miyamoto Musashi – Il demone delle province orientali.

Ultimo “episodio” della saga del samurai più forte di sempre.

Pioggia.
Migliaia e migliaia di gocce, instancabili,  piccoli demoni dell’acqua in caduta libera dal cielo.
Battono senza sosta il mio cappello di paglia: l’una spinge l’altra fin sul bordo, dondola indecisa e si lancia ancora. Il mio kimono è fradicio, ma non posso fare a meno di quello spettacolo , della potenza dell’uragano che spazza i campi, scuote i canneti e sconvolge la calma delle risaie
Quanto tempo è passato?
Un altro lampo di luce, un altro boato lontano, poi tutto passa così com’è iniziato, nel nulla. Un airone si leva in volo dai giunchi, puntando verso lo squarcio nelle nubi. Un vecchio contadino, carico del fardello dei suoi lunghi anni, mi rivolge un sorriso sdentato. Torna al lavoro dopo il temporale.
Osservo il cielo tornare alla quiete, le nuvole disperdersi in quel blu indistinto.
Anche noi, dice il Buddha, un giorno potremo disperderci come le nubi del cielo.
Fino ad allora, Bushido è la mia verità e Miyamoto Musashi il mio nome.
La via per Kokura è sempre trafficata: mercanti, viandanti, guerrieri, contadini, monaci e mendicanti.
Adoro la sensazione che mi da mescolarmi tra di essi, passeggiare in quel flusso di vite intrecciate per il solo motivo di percorrere una strada insieme, perdermi e confondermi con esse. Un bambino allunga una mano verso la spada di legno che mi pende dal fianco, ma la madre lo ritrae a sé.
“Non si mette la mano nella gabbia della tigre”, lo ammonisce, senza curarsi ch’io possa sentirla.
Ma nulla mi turba. L’aria frizzante di Aprile, le rondini che dopo la tempesta tornano a ripopolare il cielo, la terra umida sotto i piedi, tutto mi da gioia. Sono l’uomo più libero del paese, poiché dipendo solo da me stesso e dalla mia spada. Ora mi dirigo verso Kokura: lì spero di incontrare un valido avversario.
Sasaki Kojiro, chiamato Ganryu, il Demone delle Province Orientali.
Si dice sia uno spadaccino formidabile, si dice sia padrone di uno stile nuovo e quasi sconosciuto, si dice che non abbia mai perso.
Perfetto, neanche io.
Kokura è una città straordinaria, in bilico tra il vecchio e il nuovo: grandi templi secolari, dimora di antiche tradizioni, e palazzi recenti, voluti dai nuovi clan dominanti, qui convivono insieme quasi abbracciati gli uni agli altri. Il porto, poi, è uno dei più importanti dell’isola di Kyushu.
Al mio arrivo il sole è quasi scomparso, tuffato nel mare, e l’orizzonte è incendiato dai suoi ultimi raggi. Greggi di nuvole rosa pascolano nel cielo, prima che su di esso sboccino le stelle come tanti fiori.
Gli abitanti accendono le lanterne fuori dalle loro case, le cui fiammelle danzano, spiritelli irrequieti, nei loro involucri di carta. In quello scenario surreale comincia la mia cerca: Nagaoka Sado Okinaga, un tempo allievo di mio padre, dovrebbe abitare in una delle dimore che s’affacciano sulla via maestra.
Non è un compito difficile. Okinaga è un abile samurai, come lo era mio padre, ed ha ottenuto un posto di istruttore presso il Clan Tadatoshi, i Signori di Kokura. Faccio il suo nome per tre volte,  per tre volte seguo gli indici tesi delle mani che mi indicano la strada, fino ad una casa sobria e quasi in disparte. Quattro colonne di legno reggono il tetto della veranda sotto la quale scorgo, a lume di lanterna, due paia di sandali. Due sono piccoli, di una donna o di un bambino, gli altri devono essere del padrone di casa.
Scuoto la polvere dai piedi scalzi e mi accosto all’entrata. Un piccolo gong sta appeso appena dopo l’uscio, sulla destra: lo tocco delicatamente  con l’impugnatura della spada ed esso risuona alto, chiaro e gioviale. Pochi istanti dopo una giovane donna, il bianco kimono legato in vita da una obi scarlatta, mi si accosta e si inchina. Ha un viso dolce, un’espressione di casto rispetto. La prego di riferire al padrone di casa che Miyamoto Musashi, figlio di Hirata Munisai, desidera vederlo. Lei prende in custodia il mio cappello cencioso come fosse di cristallo e attende per alcuni istanti la spada, che non le porgo. Allora si inchina di nuovo e scompare oltre una porta di carta. Sento bisbigliare per alcuni istanti, mentre il mio sguardo si sposta incuriosito da un angolo all’altro della stanza. Alcuni vecchi attrezzi per il lavoro nei campi sono appesi alla parete più ampia: la famiglia di Okinaga è di origine contadina e lui, ben  lungi dal vergognarsene, lo mostra invece con fierezza. Un prezioso paravento di carta raffigurante una battaglia campale, da un lato, cela quella che dev’essere la sua armatura. Così riposta in quella penombra, sembra un guerriero assorto nella meditazione. Il crepitio delle braci attira allora la mia attenzione sull’irori, l’apertura quadrangolare nel pavimento al centro della stanza, vero cuore di ogni casa, attorno al quale si cucina, si mangia e ci si ritrova alla sera.
Da quanto tempo non mi siedo attorno al fuoco, con un tetto sulla testa?
Su quel focolare, una pentola sbuffa di quando in quando. La fisso ammaliato e l’odore del riso al vapore mi spalanca lo stomaco, quasi non mi accorgo dell’uomo che ha appena fatto il suo ingresso.
Deve avere poco più di trent’anni. Indossa vesti larghe da contadino, ma è tradito dal fisico possente e disciplinato, prima ancora che dalle due spade che porta al fianco.
Mi studia, incuriosito quanto lo sono io, per alcuni istanti, poi sorride e si inchina profondamente, quasi a sfiorare il pavimento con la fronte. Tanta umiltà da parte di un uomo di quel rango mi turba: la profondità di un inchino è misura del rispetto, ma io so bene che tanta riverenza è per mio padre, prima che per me.  Quindi non riesco a piegare me stesso per più di tre palmi.
Finiti i convenevoli, richiama quella che dev’essere la serva. Lei si ripresenta con due grandi asciugamani e un kimono pulito e poi, con la stessa timida espressione del viso, mi fa strada in giardino, sul retro della casa, fino ad un laghetto di calda acqua termale.  Con tutto il tempo che ho passato a girovagare per il paese, passando dai monti alle spiagge battute dal mare,  non ne ho mai avuto molto per lavarmi come si deve.
La verità è che non amo farlo. Mi sento vulnerabile, così nudo in mezzo alle nubi di vapore sprigionate dall’acqua calda, le gambe impacciate da essa  e la spada lontana, là vicino ai panni. Se potessi non me ne separerei neanche adesso, ma l’acqua e il vapore la sfigurerebbero irrimediabilmente.
Cedo lentamente a questo dondolio incontrastabile, esausto dopo una lunga giornata, e abbandono ad esso le membra.
Quando raggiungo Okinaga, dopo un’ora buona, lo trovo al suo posto davanti all’irori.
C’è una precisa gerarchia, un’antica tradizione, riguardo ai posti da occupare presso il focolare: il padrone di casa di fronte all’ingresso, la moglie alla sua destra, l’ospite alla sinistra. Dopo essermi inchinato, mi siedo al mio. Mi offre da mangiare ed io non faccio complimenti, trangugio il riso a grandi bocconi, svuoto la coppa di sakè che cade a cascata incendiandomi la gola. Intanto lui si lascia andare ai ricordi, parla di mio padre, di come lo istruì e della sua attuale carriera da samurai. Io parlo poco, mentre la mandibola lavora senza sosta, ma il mio ospite pare non preoccuparsene.
– Ma dimmi – conclude a un tratto  – non avrai fatto tutta questa strada solo per far visita a un vecchio discepolo di tuo padre?
Davanti a un vero pasto, quasi mi ero scordato del motivo della mia visita. Scuoto il capo, senza sollevarlo dall’ennesima ciotola di riso al vapore.
– Ho sentito che si è stabilito qui a Kokura un abile spadaccino, lo chiamano Ganryu.
Scorgo il viso di Okinaga incresparsi in un sorriso furbesco.
– Ah, sì – ridacchia, avendo già inteso cosa sto per domandare – Sasaki Kojiro. Ho avuto la fortuna di vederlo mentre si esercitava, durante una mia visita al castello Tadatoshi, un vero portento. C’era da aspettarselo: i signori di Kokura vogliono solo il meglio, per istruire i propri samurai.
Appoggio la ciotola e le bacchette, lo fisso con l’espressione più seria che riesco a trovare.
Mi inchino, sforzandomi di fare meglio dell’ultima volta e, in quella posa, domando formalmente – sarò eternamente grato a Nagaoka Sado Okinaga, se volesse organizzare per me un incontro con Ganryu, per eseguire un confronto tecnico.
Il mio ospite sembra raggiante. Un buon duello oggi, finito il tempo delle grandi battaglie, può attirare una grande folla, più del teatro o di una fiera, ed  il suo signore l’avrebbe senz’altro apprezzato.
La mia fama ormai non è minore di quella del mio avversario, e mi informa che manderà un messo al castello stasera stessa, lasciandomi intendere che intanto sarò suo ospite.
Grazie alla cortesia infinita di quest’uomo dormo in un letto vero, con un tetto di tegole sopra la testa.
Prima che sorga il sole, mi alzo per andare ad esercitarmi in riva al mare.
Seguo il fragore delle onde eseguendo cento volte gli esercizi con la spada, o forse è il mare che romba ad ogni mio fendente. Poi mi tuffo, nuotando fino a che la riva non diventa una chiazza indistinta, annullando me stesso nell’immensità dell’oceano.
Quando faccio ritorno, stremato, trovo il mio ospite ed il messo del castello.
E’ deciso: si combatterà tra tre giorni.
C’è un’isoletta, poco distante da Kokura, a metà esatta dello stretto tratto di mare che collega la provincia di Kyushu e quella di Nagato. Gli abitanti della prima sponda la chiamano Mukaijima, “l’isola laggiù”, quelli della seconda isola di Funa, cioè “isola barca”, per via della forma. Quello è  il luogo prescelto dal mio avversario per l’incontro.
Il giorno prima lascio di nascosto la casa del mio benefattore e mi rifugio presso un mercante nella provincia di Nagato: Okinaga e Ganryu sono al servizio dello stesso signore e non voglio creare imbarazzo al mio ospite, per il fatto di ospitare colui che getterà nel fango il campione dei Tadatoshi.
La mattina dello sconto mi sveglio di buon ora.
Non sono turbato, ma provo quel misto di emozione e adrenalina che precede gli eventi importanti.
Compio gli esercizi di meditazione, mangio abbondantemente, faccio una nuotata, indosso il kimono pulito.
Poi mi dirigo all’imbarcazione del mercante e dove il suo servo mi attende per accompagnarmi al luogo dello scontro.
Il cielo primaverile, capriccioso, è coperto di nuvole ed un vento fresco e pungente soffia sul mare e ne increspa la superficie, sollevando schizzi e schiuma. Ci vuole circa un’ora per arrivare: se ho fatto bene i miei calcoli, sono in ritardo di quasi due.
Durante la traversata, mi dedico all’intaglio del legno. Dal remo di scorta della barca ricavo una sorta di spada, lunga quasi sei piedi. Il mio avversario è famoso per la maestria con cui maneggia una spada spropositatamente lunga, tanto che la chiamano “asta per appendere i panni”. Bene, ora ne ho una anche io. Adesso l’unica differenza tra me e lui è che io lascerò quell’isola con le mie gambe.
Giunto abbastanza vicino da scorgere i volti delle persone radunate sul piccolo isolotto, vedo l’espressione di sollievo che s’allarga sul volto di Okinaga: devo averlo messo in un terribile imbarazzo, ma non potevo fare altrimenti. Tutto intorno s’è radunata una piccola folla di curiosi, tenuti in disparte dalle guardie del signore Tadatoshi, anche lui ansioso di assistere allo spettacolo. Alcuni anziani, avvolti da austeri kimono scuri, vigileranno sulla correttezza del combattimento.
Scendo dall’imbarcazione, portandomi dietro la mia arma insolita, sotto lo sguardo curioso degli astanti e quello pieno di rabbia del mio avversario: Sasaki Kojiro, detto Ganryu,  il volto tondo dai tratti armoniosi sconvolto ora da una smorfia di sdegno per la mia mancanza di rispetto, il fisico snello ma forte, di quella forza fatta di nervi temprati a fuoco e disciplina profonda. Si alza in piedi avvolto da un haori scarlatto e senza maniche, insolito, perfino eccentrico, che svolazza al vento irriverente di quella mattina di primavera.
E’ teso come la corda di un arco: l’attesa ha sfibrato la salda tenacia dei suoi nervi, ha rotto la concentrazione che precede lo scontro, ha fiaccato quelle che devono essere state ore di meditazione.
Mi avvio verso di lui, avvolgendo i capelli in un panno di lino, che annodo sulla fronte nel tradizionale hachimaki.
– Sono arrivato qui perfino in anticipo – mi informa, e sento la sua voce vibrare d’irritazione – spero che tu abbia un valido motivo, per questo ritardo.
Non rispondo, mi limito ad avanzare verso di lui, in silenzio.
Un nervo sul suo volto si contrae: è fatta. Con un urlo ferino  sfodera la spada che porta appesa sulle spalle (davvero lunghissima, in verità) e getta lontano, con rabbia, il fodero che la custodisce.
Lo osservo galleggiare un istante tra i flutti, poi pronuncio la mia sentenza -Hai perso, Kojiro. Potrebbe mai il vincitore gettar via il fodero della sua spada?
Esasperato, mi si avventa contro e  la spada scintilla di una luce sinistra. Di riflesso sposto il piede e faccio seguire ad esso il corpo, menando insieme un fendente sulla sua lama, la cui punta mando a sporcarsi di terra. Risolleva l’arma, sicuro adesso di avere davanti un degno avversario. Finta a sinistra e poi stocca in direzione del viso: schivo appena, l’odore del sangue che sempre impregna quell’arma, per quanto pulita, risveglia in me un istinto feroce, che da tempo credevo sopito.
Sollevo e riabbasso il legno, con un movimento preciso e violento insieme, incontrando il suo acciaio.
Si passa la lingua sulle labbra sottili, grida frustrato e comincia ad esibirsi in una danza di colpi letali.
Ma so ballare bene anche io, e questo ballo si esegue in due. Schivo, paro, rispondo, ed è ormai chiaro chi guida le danze. Esasperato, mette tutta la sua abilità in un ultimo affondo, preciso e potente.
L’istinto e la mente insieme guidano la mia mano e la spada che impugna, muovendola nella stessa direzione. Guardo il mio avversario cadere come un sacco al suolo, colpito alla testa.
Il panno sulla mia, con il nodo tagliato a metà, viene portato via dal vento.
Ci è mancato un pelo.
Mi inchino agli astanti, risalgo sulla barca e, mentre prendo il largo con essa, fisso le nuvole.
Anche noi, dice il Buddha, un giorno potremo disperderci come le nubi del cielo.

Annunci

Un commento su “Miyamoto Musashi – Il demone delle province orientali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: