Haiku #7
Pubblicato il 11 agosto 2012 Lascia un commento
Il riso abbonda
sulla bocca di
chi ha scoreggiato.
Nonno Maurone
Pubblicato il 8 agosto 2012 2 commenti
Caro coatto da spiaggia, nerd da sgabuzzino, lettore occasionale o incallito mangialibri, ti regalo un racconto a sorpresa dalla calda Calabria.
Il tempo era poco, ma la voglia di scrivere tanta. Spero possa piacerti!
Nonno Maurone tentennò incerto, per un buon quarto d’ora, davanti alla vetrina luccicante del negozio. Tutte quelle luci intermittenti, quelle cromature audaci, quei colori brillanti lo stordivano, respingendolo e attraendolo insieme. Fu una giovane commessa a trarlo d’impaccio, facendo capolino dalla porta tappezzata di adesivi e poster di compagnie telefoniche.
– Posso aiutarla – domandò sorridente.
– Forse – borbottò nonno Maurone – Sì.
La mano piccola e smaltata di rosso della commessa afferrò quella grande e callosa del vecchio, conducendolo come un bambino all’interno del negozio.
– Allora, cosa posso fare per lei?
Nonno Maurone, levatosi il cappello, lo girava e rigirava tra le mani.
– Ecco, vorrei un tilefono. Di chiddi senza fili, che si vedono anche le facce. Mi serve per parlari con me’ niputi, che è andato alla Merica.
La commessa lo fissava con occhi di bambola, senza smettere di sorridere.
– Aveva già in mente qualcosa?
L’anziano cliente scosse il capo, lo sguardo basso sulla punta delle scarpe.
– In questo caso, lasci che le mostri gli ultimi arrivi.
Come se avesse le rotelle, la giovane schizzò verso gli scaffali su cui erano esposti i modelli, lanciandovi sopra le braccia come corde, tentacoli con cui a velocità disumana afferrava tutto ciò che le serviva. Tornò centottanta secondi dopo, carica di scatoline.
– Cominciamo con qualcosa di semplice – disse, estraendo da una scatola un apparecchio bombato color pomodoro. – Questo va molto di moda tra le persone avanti con l’età. Ha solo quattro tasti, uno per ogni numero che può memorizzare. Pratico, veloce, facile da usare.
L’uomo osservò quel ridicolo fagiolone rosso, sulla cui pancia campeggiavano quattro tasti numerati grossi come monete.
Il suo orgoglio, che dormiva in un punto imprecisato all’attaccatura della nuca, si risvegliò di botto. Nonno Maurone rizzò il capo, petto in fuori, e aggrottando le sopracciglia rimbrottò – signorina, io fici la guerra. Guidavo i carri armati.
– Ma certo, era per non escludere nulla, non si sa mai. Allora questo, analogico, ideale per chiamare e mandare messaggi. Può anche regolare la grandezza dei caratteri, se non li vede…
Nonno Maurone la fulminò con gli occhi.
– Ho detto che si devono vedere le facce. Per parlari cu me’ niputi, alla Merica.
– Molto bene. Dunque, questo è arrivato stamattina.
Tirò fuori da una scatolina simile a quelle dei fiammiferi un apparecchio affusolato, color blu elettrico, non più grande di un pollice. Neanche un tasto.
– Ultimissimo modello, tecnologia olografica touch whitout screen. Intelligenza artificiale androide ottimizzata. Questo telefono chiama, manda messaggi, si connette ad internet e guarda la tv. E, quando ha finito lui, può farlo anche lei.
Per i restanti quattro minuti la commessa parlò a ripetizione, quasi senza prendere fiato, enunciando tutte le più minuziose caratteristiche del prodotto, con le cautele necessarie ad assicurarne il corretto funzionamento: bisognava tenerlo lontano dall’acqua, dalle fonti di calore, dalle persone con le lentiggini. Doveva essere aggiornato ogni quarantatrè secondi, portato a spasso almeno durante i week end e una volta al mese in montagna, per prendere un po’ d’aria buona. Non sopportava i bambini e c’era il rischio che entrasse in depressione nelle giornate piovose.
– E, se si scorda qualcosa, può consultare la guida.
Da uno scatolone estrasse un tomo grosso come l’elenco del telefono e glie lo mise tra le braccia. Sopra c’era scritto manuale di utilizzo, volume 1.
Nonno Maurone portò una mano alla fronte bagnata di sudore. Guardò perplesso il minuscolo aggeggio, indeciso. Poi lo restituì la commessa.
– Grazie lo stesso – disse, voltandosi e indossando il cappello.
– Ma scusi – domandò spiazzata la commessa – e come fa per parlare con suo nipote in America?
– Come faciva me’ patri. Ci scrivo ‘na littera.
Haiku #6
Pubblicato il 21 luglio 2012 Lascia un commento
L’ultimo Haiku prima di partire.
L’acqua s’increspa
quando si tuffano
a bomba i ciccioni.
Margherita
Pubblicato il 15 luglio 2012 8 commenti
Margherita ha sei anni, ma è molto più sveglia delle bambine della sua età. Frequenta già la prima elementare e va e viene da sola tutti i giorni.
Abita col papà in un palazzo nella grigia periferia, non è molto bello, ma poco distante c’è un piccolo giardino dove lei può giocare. Poco più che uno sputo di terra a dire il vero, in cui cresce poca erba avvelenata dal piombo, che si spezza quando la calpesti, eppure a lei piace.
Il papà non è ancora tornato, lui lavora alla fabbrica e si alza presto e torna tardi, per questo sorride poco.
O forse perché la mamma di Margherita è andata in cielo lasciando loro laggiù.
La bimba procede spedita lungo la via, guarda prima di attraversare e raggiunge il prato.
Ha con sé un sacco di plastica nero, il cui contenuto rovescia a terra dopo aver scelto il posto più adatto: una bacinella, del filo di ferro, un flacone di sapone per i piatti al limone.
Riempie il catino alla fontanella, versa il sapone e scuote l’acqua con le manine fino a far venire la schiuma. Poi piega il filo di ferro fino a farne un cerchio e lo immerge.
Osserva per qualche istante la sottile membrana che si è formata al suo interno, poi spicca una corsa: ecco un lungo serpente.
Si ferma, sorride, lo guarda adagiarsi sull’erba e svanire.
Le è piaciuto, ma può fare di più, quindi immerge ancora il cerchio.
Ecco una bolla, gigante, turgida, iridescente.
Fluttua un poco, poi s’adagia anch’essa, ma non va in pezzi.
Curiosa, Margherita, che ha già rimmerso le mani nell’acqua, si alza a guardarla.
Poggia sull’erba ingrigita come su un piedistallo fatto di spilli, eppure non scoppia.
S’avvicina, la tocca col ditino. Niente.
Allora la palpa, l’abbraccia, la solleva e la lancia in alto, osservandola mentre ricade pigra.
La prende e la issa sopra la testa, ce la infila, poi le spalle, poi le gambe, è dentro.
Il mondo da lì riacquista il colore e i suoni giungono come da lontano.
Margherita ride, dentro c’è l’eco.
Improvvisa soffia una brezza, la bolla si alza e con essa la bimba, che grida spaventata vedendo il suolo farsi distante.
Fluttua, rotea, oscilla, riprende a scendere.
Un altro soffio, più forte, e la bolla schizza su in alto oltre il giardino, oltre i palazzi.
Margherita non ha più paura, un’idea bizzarra si fa strada tra le altre.
E se…
Da lassù vede tutta la via, casa sua, il supermercato.
Più in alto, vuole andare più in alto.
Ora il quartiere, la scuola, la stazione.
Di più.
La città, che piano piano si accende di luci rese vivide dalla membrana iridata, la stazione del treno, la fabbrica, laggiù, dove lavora il papà.
Ma se anche lei va in cielo, a lui chi ci pensa?
La bolla si ferma, dondola dubbiosa, fa una capriola.
Margherita piange, le lacrime filtrano attraverso la membrana diventando una pioggia di colori vivaci che si riversa ovunque sotto di lei.
Adagio riprende a scendere, come attirata da una forza potente. Precipita sul balcone di casa, scoppia con rumore di popcorn e si dissolve.
Ritornano i suoni, nitidi e vicini, ma il colore è rimasto vibrante.
Margherita entra in casa, la porta di ingresso si spalanca.
Corre incontro al papà, lui la solleva sopra la testa.
Sorride.