Cacca di Drago: #dilloinitaliano

Ieri mattina, durante un break, ho acceso il mio smartphone per dare un’occhiata alle ultime news. Sul web le solite cose: i soliti rumours sul Jobs Act, palate di gossip, i risultati degli ultimi match di calcio. Un messaggio del mio personal trainer (stasera puntuali alle otto in palestra per una training session da veri uomini) e uno del mio team per ricordarmi del meeting del giorno dopo, che sarebbe irrimediabilmente finito a un’ora indecente, cenando al take away e galoppando in centro giusto in tempo per un drink a un party qualsiasi.

Ieri mattina, durante una pausa, ho acceso il mio cellulare per dare un’occhiata alle ultime notizie. In rete le solite cose: le solite voci sulla Legge del Lavoro, palate di cronaca rosa, i risultati delle ultime partite di calcio. Un messaggio del mio allenatore (stasera puntuali alle otto in palestra per un allenamento da veri uomini) e uno della mia squadra per ricordarmi della riunione del giorno dopo, che sarebbe irrimediabilmente finita a un’ora indecente, con una cena da asporto e galoppando in centro giusto in tempo per bere qualcosa a una festa qualsiasi.

D’accordo, è un po’ estremo, ma rende bene l’idea.

L’idea secondo la quale l’italiano non è un’opinione, ma una lingua antica e bella (pare, la quarta più studiata al mondo), un vero e proprio patrimonio culturale che non appartiene agli italiani soltanto, ma che proprio agli italiani sembra importare sempre meno.
Se anche tu sei stato scosso da un desiderio di violenza alla lettura del primo brano, non ti resta che cliccare QUI e firmare la petizione per un uso più responsabile (e non per bandire, sia chiaro) della lingua inglese all’interno di quella italiana.

Quindi, se puoi, #DILLOINITALIANO

Col senno di poi

La pioggia tambureggiava sul tetto, il frigo ronzava in cucina e io sospiravo così forte che l’anima mi scappò di bocca.
L’uomo dalla testa di cammello la guardò svolazzare sul soffitto come una falena impazzita. L’uomo dalla testa di cammello sbuffò due grosse nuvole grigie, s’aggiustò la giacca di pelle ed andò ad aprire la finestra.
«Fermo, che fai?» gridai io, e mi avventai a richiuderla, ma troppo tardi: l’anima s’era già intrufolata come uno spiffero nella fessura tra le ante e ora aleggiava pallida e leggera nel piovoso cielo notturno.
L’uomo dalla testa di cammello s’era riaccomodato sulla poltrona, gli stivaletti marroni sul mio tavolino ingombro di cartoni di pizza, una sigaretta tra le labbra enormi.
«E ora come faccio?» domandai.
Puoi non mettere la cravatta, puoi andare in giro scalzo, a torso nudo, puoi non indossare le mutande sotto i pantaloni e, che diavolo, puoi anche non indossarli affatto, i pantaloni.
Ma senz’anima no, non sta bene.
Cosa direbbe la gente?
Andai in cucina. Il Pierrot pelava le cipolle che erano bianche. Anche le sue mani erano bianche come le cipolle.
«L’uomo dalla testa di cammello ha fatto scappare la mia anima» spiegai, e lui sembrava triste e piangeva lacrime opache, ma non so se per l’anima o per le cipolle. Si ferì un dito bianco che si colorò di rosso e anche le cipolle divennero rosse.
«Fattene una» mi disse, succhiando il dito.
Guardai l’orologio, erano solo le tre. Forse avevo tutto il tempo di farmi un’anima.
Presi due testi sacri e uno di ricette.
Disposi sul bancone: un uovo nero; farina q.b.; sale della vita; dei sensi di colpa; un bicchiere d’acqua; un barattolo di risate candite; burro; fede; olio extravergine.
«Manca il senno di poi» dissi al Pierrot «non posso fare l’anima senza il senno di poi.»
«Usa l’uvetta.»
Uvetta.
L’indio s’era sporto sull’uscio, i suoi occhi neri brillavano nel volto scuro. «Mettici pure il curry» disse «il curry ci sta sempre bene.»
Curry.
Presi una grossa ciotola e vi misi l’uovo con la buccia. Lo ruppi con le mani e vi impastai dentro il burro, la farina, il sale della vita, i sensi di colpa, la fede disciolta in acqua, le risate e l’uvetta.
«Non avrei dovuto metterci l’uvetta» dissi, guardando i grumi grinzosi.
«Eccoti il senno di poi» latrò Pierrot, piangendo a dirotto.
«Non dimenticare il curry» fece l’indio entrando nella stanza, zuppo di pioggia. Aggiunsi il curry e misi tutto in una teglia di alluminio usa e getta, che poi si ricicla.
Preriscaldai il forno alla temperatura di fusione del ferro e vi lasciai tutto per dieci minuti.
«Attento quando apri» fece l’indio, coi suoi occhi da pazzo.
Feci attenzione, ma bastò aprire appena appena il forno che l’anima s’involò di fuori. L’indio però era furbo e aveva teso una tela di ragno, dove l’anima restò impigliata.
L’aspirai.
Era tardi. Salutai tutti, l’uomo dalla testa di cammello, dall’altra stanza emise un lungo bramito d’addio.
Uscii completamente nudo.

Cacca di Drago: Promemoria – Laboratorio di Scrittura Creativa

“Io sono l’uomo che va e viene tra il bar e la cabina telefonica. Ossia: quell’uomo si chiama «io» e non sai altro di lui, così come questa stazione si chiama soltanto «stazione» e al di fuori di essa non esiste altro che il segnale senza risposta d’un telefono che suona in una stanza buia d’una città lontana.”

I. Calvino, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”

Sabato 21 febbraio, 18.30, presso la locanda Johar in via santa Giulia 42,
questa ed altre storie al Laboratorio di Scrittura Creativa de Il Drago di Carta.

Sapevatelo.

Cacca di Drago – Oggi: Laboratorio di Scrittura Creativa

Oggi, ore 18.30

Presso la Locanda Johar, in via santa Giulia 42.

Primo incontro -aperto a tutti- del Laboratorio di Scrittura Creativa

“Se una sera d’inverno uno Scrittore”

"Che fai, non vieni?" Cit. improbabile del signore qua sopra.

“Che fai, non vieni?” Cit. improbabile del signore qua sopra.