Col senno di poi

La pioggia tambureggiava sul tetto, il frigo ronzava in cucina e io sospiravo così forte che l’anima mi scappò di bocca.
L’uomo dalla testa di cammello la guardò svolazzare sul soffitto come una falena impazzita. L’uomo dalla testa di cammello sbuffò due grosse nuvole grigie, s’aggiustò la giacca di pelle ed andò ad aprire la finestra.
«Fermo, che fai?» gridai io, e mi avventai a richiuderla, ma troppo tardi: l’anima s’era già intrufolata come uno spiffero nella fessura tra le ante e ora aleggiava pallida e leggera nel piovoso cielo notturno.
L’uomo dalla testa di cammello s’era riaccomodato sulla poltrona, gli stivaletti marroni sul mio tavolino ingombro di cartoni di pizza, una sigaretta tra le labbra enormi.
«E ora come faccio?» domandai.
Puoi non mettere la cravatta, puoi andare in giro scalzo, a torso nudo, puoi non indossare le mutande sotto i pantaloni e, che diavolo, puoi anche non indossarli affatto, i pantaloni.
Ma senz’anima no, non sta bene.
Cosa direbbe la gente?
Andai in cucina. Il Pierrot pelava le cipolle che erano bianche. Anche le sue mani erano bianche come le cipolle.
«L’uomo dalla testa di cammello ha fatto scappare la mia anima» spiegai, e lui sembrava triste e piangeva lacrime opache, ma non so se per l’anima o per le cipolle. Si ferì un dito bianco che si colorò di rosso e anche le cipolle divennero rosse.
«Fattene una» mi disse, succhiando il dito.
Guardai l’orologio, erano solo le tre. Forse avevo tutto il tempo di farmi un’anima.
Presi due testi sacri e uno di ricette.
Disposi sul bancone: un uovo nero; farina q.b.; sale della vita; dei sensi di colpa; un bicchiere d’acqua; un barattolo di risate candite; burro; fede; olio extravergine.
«Manca il senno di poi» dissi al Pierrot «non posso fare l’anima senza il senno di poi.»
«Usa l’uvetta.»
Uvetta.
L’indio s’era sporto sull’uscio, i suoi occhi neri brillavano nel volto scuro. «Mettici pure il curry» disse «il curry ci sta sempre bene.»
Curry.
Presi una grossa ciotola e vi misi l’uovo con la buccia. Lo ruppi con le mani e vi impastai dentro il burro, la farina, il sale della vita, i sensi di colpa, la fede disciolta in acqua, le risate e l’uvetta.
«Non avrei dovuto metterci l’uvetta» dissi, guardando i grumi grinzosi.
«Eccoti il senno di poi» latrò Pierrot, piangendo a dirotto.
«Non dimenticare il curry» fece l’indio entrando nella stanza, zuppo di pioggia. Aggiunsi il curry e misi tutto in una teglia di alluminio usa e getta, che poi si ricicla.
Preriscaldai il forno alla temperatura di fusione del ferro e vi lasciai tutto per dieci minuti.
«Attento quando apri» fece l’indio, coi suoi occhi da pazzo.
Feci attenzione, ma bastò aprire appena appena il forno che l’anima s’involò di fuori. L’indio però era furbo e aveva teso una tela di ragno, dove l’anima restò impigliata.
L’aspirai.
Era tardi. Salutai tutti, l’uomo dalla testa di cammello, dall’altra stanza emise un lungo bramito d’addio.
Uscii completamente nudo.

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