Pirati, baldracche e altre storie: la Fortuna

La sfera di metallo rotola da un lato all’altro del vano, tocca la parete con un tonfo e torna indietro fino a colpire quella di fronte. Va avanti così da ore, se nessuno la ferma prima o poi farà un buco da qualche parte. A me personalmente importa meno delle mosche cavalline, che qui ce n’è a manciate.
Volano pigre, così lente che potrei afferrarle e strappare loro le ali, farle contorcere e guardarle morire sulle assi sudicie del pavimento. Così, tanto per passare il tempo, ché se non mi ammazzano gli inglesi, ci penserà la noia. Il mio compagno di stanza è un negro grosso come un toro ma non altrettanto socievole: sta sempre zitto, al punto che mi sono chiesto più volte se non fosse muto. Così una notte, per curiosità, gli ho piantato un osso di pollo nel culo. Non era muto, ora lo sa anche il padreterno, che l’africano ha bollato con parole che nemmeno io, per quanto uomo rude e avvezzo alle spigolature del mondo, avrei l’ardore di ripetere. Dopo mi ha gonfiato come un otre al punto che ancora adesso, dopo quattro giorni, dall’occhio sinistro ci vedo appena.
Il grido stridente dei gabbiani annuncia la prossimità della terraferma, mentre dall’oblò fa capolino la luce bianca dell’alba, sporcata dalle inconfondibili nuvole del cielo d’Inghilterra.
Odio il vecchio mondo, i suoi costumi logori e antiquati, le sue baldracche costose e le città fetenti di umanità allo stremo delle forze. Odio soprattutto l’Inghilterra, perché a tutto quello che ho appena detto si aggiunge un clima deprimente e un’avversità inspiegabile della flotta di sua maestà nei confronti della mia illustrissima persona.
Già si odono le grida del porto, il rollio della nave diminuisce man mano che il timoniere la fa avanzare nelle acque calme della baia. Tra poco io e il mio allegro compare saremo scaricati come sacchi di concime, sballottati qua e là in attesa del nostro destino.

Siamo fermi da quasi due ore, i marinai scaricano le merci senza curarsi di noi poveri disgraziati, il fetore del porto e il calore del sole di luglio rendono l’attesa insopportabile.
– Se mi aiuti a scappare – dico al negro – ti porto con me in America.
Quello, sdraiato a terra in penombra, si volta verso di me e mi fissa coi suoi occhi giganti, due fari luminosi nel buio della sua faccia.
– Dico sul serio, rubiamo una pinaccia e veleggiamo verso il nuovo mondo. L’ho già fatto due volte.
– È per questo che ti hanno legato in quel modo – domanda, confrontando la catena che lega la sua caviglia destra con la mia, che vincola mani, piedi e collo.
– Che vuoi farci, sono affezionati.
Mi fissa divertito, come se stesse assistendo a uno spettacolo di marionette.
– E come speri di fare?
– Te l’ho detto – ripeto, col tono di chi spiega le cose a un poppante – rubiamo una pinaccia e veleggiamo verso l’America.
Il negro tace, io cerco di buttare l’occhio fuori dall’oblò. L’avrò fatto decine di volte, ma le catene mi permettono di vedere sempre e solo lo stesso minuscolo pezzo di cielo, come uno show che si ripete sempre uguale. Ogni tanto, a spezzare la routine, in quello scorcio ci passa un gabbiano o una rondine.
Tendo le orecchie, sperando di avere più fortuna. La voce del porto è quella di una vecchia puttana consumata da secoli di rapporti clandestini. In America ci sono professioniste che hanno conosciuto più uomini di quelli che affollano questi moli. Le mie riflessioni sono interrotte da quelle, espresse ad alta voce, del nostromo della nave: parla di teologia, a quanto pare, e non risparmia il Padre né il Figlio.
Prima di riuscire a capire cosa abbia ispirato tanto divino fervore in un uomo dall’animo così semplice, ecco che un gabbiano si posa sull’orlo dell’oblò. Il pennuto, sazio di avanzi, ci passa a malapena. Nel becco, su cui, lo giuro sulla nave che ruberò tra poco, c’è dipinto un ghigno beffardo, regge un mazzo lucente di chiavi.
Ah, Fortuna! La puttana più ingrata che abbia mai conosciuto.
Ci fissiamo negli occhi, uomo e gabbiano, ciascuno avendo ciò che l’altro vuole. Sventolo a mezz’aria i resti del mio pasto, un cadavere d’aringa con ancora un po’ di polpa. L’uccello tentenna, si volta, gira su se stesso. Poi lascia le chiavi, allunga il becco e vola via con il suo nuovo tesoro.
Le mie lacrime di gioia si perdono tra la barba, mentre la chiave fa scattare il meccanismo del lucchetto e la catena scivola a terra come la pelle vecchia di un serpente.
Sento il mio compagno di cella borbottare qualcosa nella sua lingua.
– Vieni con me? – gli domando, esaminando la grandezza dell’oblò. Da qui non si passa.
Quello fa spallucce, s’alza in piedi e dà uno strattone alla sua catena, che si stacca dalla parete portandosene via un pezzo.
Un quarto d’ora dopo la gente triste del luogo avrebbe visto un povero disgraziato e un africano di due metri correre come pazzi lungo il molo, saltare su una barca e prendere il largo con essa, salutati da fischi di pallottole grosse come nocciole.
– Sei sicuro che ci arriviamo in America, con questa?
– Sta’ zitto e datti da fare con quel secchio, o sarà tanto se riusciremo ad uscire dal porto.
Il vento ci sospinge lungo la costa mentre penso a come rimediare un’altra imbarcazione.
Proprio allora un galeone, sbucando da un’insenatura nascosta, ci si para davanti e quasi ci cola a picco.
Ah, Fortuna, la puttana più ingrata che abbia mai conosciuto.

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