Riscatto alla risposta – parte I

Un racconto in più parti, giusto per non perdere le buone abitudini. (sconsigliato <16)
Buona lettura,
F.

– Quando andiamo a casa? Voglio andare a casa.
Lo dice col tono di chi è già abituato a comandare.
Mi guarda dal basso, le manine sui fianchi e i riccioli appiccicati alla fronte sudata. È tutto occhi: occhi giganti che ingoiano il mondo, che osservano e imparano, che guizzano su quel faccino rotondo di bambino di tre anni.
Voglio non si dice – spiego, tornando a mescolare le carte per il mio solitario.
– Sì che si dice.
– No, non si dice. E basta.
Sembra sul punto di desistere, le mani scivolano lungo i fianchi e la testa si ribalta all’indietro finché quei suoi occhi enormi non arrivano a contemplare il soffitto. Per un po’ rimane così, assorto e pensoso, fissando le crepe dell’intonaco e le forme che l’umidità ha dipinto allargandosi su di esso.

– Però papà lo dice sempre – sbuffa a un tratto, e la sua vocetta acerba mi punge le orecchie cogliendomi di sorpresa. Sbatto le carte sul tavolo e lo fisso con una ferocia che non credevo mi potesse appartenere.
– Tuo papà è un coglione – mi scappa, prima che i denti possano serrarsi sulla lingua per impedirle di andare oltre.
– Non si dice – mi rimprovera, curvo in avanti, agitando il ditino in direzione del mio naso.
– Hai ragione, scusa.
Soddisfatto si dirige verso il divano, dove ha accatastato i giocattoli che gli ho portato. È tutta roba che ho trovato in casa, la vecchia non butta via nulla. C’è un camioncino giallo senza una ruota, un paio di aereoplanini sghembi scampati ad una a scelta tra le guerre mondiali e un orsacchiotto di pezza con due bottoni blu al posto degli occhi. Lo ha chiamato Lobo, come lo sceriffo in quel telefilm degli anni ottanta che dava la caccia ai criminali nonostante il suo passato fosse tutt’altro che candido. La vecchia ne ha registrato tutte le puntate, anche le repliche, e le ha conservate in uno scatolone vicino alla TV: l’antenna non funziona, quindi qui guardiamo solo quello.
L’orologio sulla parete segna le due e un quarto, Giorgio e Linda dovrebbero essere qui da mezz’ora con qualcosa da mettere sotto i denti. Mi affaccio alla finestra, il giardino là fuori è un immenso forno: i fili d’erba rinsecchiti stanno ritti come soldatini di cenere, pronti a sgretolarsi al minimo turbamento, e dove c’era lo stagno è rimasta solo una chiazza rugosa e maleodorante di terra. Oltre lo steccato la campagna si srotola a perdita d’occhio, violentata dal sole di luglio, e la strada, un lucido biscione di catrame colloso, la ferisce passandoci attraverso senza un motivo apparente. Dopotutto non c’è nulla qui intorno, quella strada dovrebbe servire solo ad andare via: nessuno vorrebbe capitare in un posto così, meno che mai venirci di proposito.
Un rombo distante, un affronto all’assenza di rumore altrimenti statica, attira i miei occhi su un puntino rosso  lucente. Tre minuti dopo distinguo tutti i particolari della vecchia cinquecento di Giorgio, che viaggia a finestrini abbassati e baule aperto, per esigenze che riguardano la sopravvivenza più che l’aerodinamicità.
Abbandono il davanzale e mi dirigo all’ingresso, ai piedi di una scala coperta da una moquette color vomito, dove mi attendono sei catenacci e una serratura difettosa.

– Non mi piace, non lo voglio.
Il bambino lascia cadere con un gesto teatrale il cucchiaio nella pasta asciutta che il caldo secco ha ormai reso gomma, poi allontana da sé il piatto.
– Voglio la cotoletta.
Giorgio si affretta ad arrestare Linda, prima che balzi alla giugulare del piccolo con grazia di giaguaro.
– Tu mangi quello che ti viene dato, piccolo gnomo dei miei stivali, oppure ti caccio in gola anche il tovagliolo – grida, dimenandosi tra le braccia di Giorgio.
È tremendamente bella, imperlata dal caldo, con i capelli corvini arruffati e la gonna estiva che lascia intravvedere le gambe atletiche, ma ha un carattere di merda. Non riesco a immaginarla come madre: se fosse un animale, sarebbe uno di quelli che prima o poi si mangiano i figli. Giorgio invece, la mente del gruppo, è l’esatto opposto, resta sempre calmo e non si arrabbia mai. Sarà per questo che riesce a sopportare Linda, o forse è perché se la sbatte peggio di una frittata. La conduce con delicatezza nella stanza a fianco, parlandole col suo solito tono basso, lasciandomi solo con sua maestà il re degli gnomi.
Dopo neanche cinque minuti, eccoli che cominciano ad attaccare quadri.
– Posso vederli i quadri, quando hanno finito di appenderli – mi domanda curioso Martino. Ah già, il marmocchio si chiama Martino.
– Solo se mangi tutto senza fare storie.
Con estrema riluttanza, cercando di farmi pesare sulla coscienza ogni movimento, afferra il cucchiaio e comincia a mangiare.

Un’ora, settantasette bocconi e cento sorsi d’acqua più tardi sparecchio il tavolo, mentre Martino torna in salone a giocare. La porta della stanza si apre scricchiolando appena, Giorgio fa il suo ingresso in cucina con addosso solo i pantaloni, la cintura ancora slacciata. Ha sempre avuto un fisico atletico, che unito al suo fascino da uomo vissuto manda puntualmente in pappa gli ormoni del sesso gentile. Gentile un cazzo, se consideriamo Linda.
– Dorme – dice, rispondendo a una domanda che non gli ho fatto.
– Giorgio, cazzo, se non la tieni a bada quella va fuori di testa e manda tutto a puttane. Deve stare calma.
Solleva le mani e socchiude gli occhi, come a dire lo so, lo so.
Ma almeno lui se la scopa. Io invece devo sopportare le sue performance psicotiche senza avere nulla in cambio. A volte mi chiedo perché l’abbiamo coinvolta.
– La casa è di sua zia – ribadisce, ancora una volta rispondendo a una domanda inespressa – e poi lo sai che è brava coi soldi.
– Speriamo solo che vada tutto bene.
Mi poggia una mano sulla spalla e sorride, ha un carisma eccezionale. Ti fa sentire come se fosse già finito tutto nel migliore dei modi.
– Andrà bene, Teo – mi dice, prima di girarsi alla ricerca della macchinetta del caffè.

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