Nostalgia

Niente da aggiungere a ciò che è già scritto.
Buona lettura,
F.

Una brezza salmastra accarezzava il molo deserto, l’alba impreziosiva i flutti di creste dorate.
Dalla banchina, Rosario osservava gli sbuffi di fumo chiaro del battello, che dall’orizzonte procedeva ondeggiando verso la baia.
Inspirò a fondo, riempiendo i polmoni del profumo del mare, poggiò a terra la vecchia valigia e si sedette sulla panca di pietra.
Con la mano bruna cercò a fil di memoria l’incisione, e un sorriso amaro passò come un ombra sul suo viso, quando le dita sfiorarono tremando il rozzo cuore e le due iniziali: R e S.
C’era un istante, quando ancora giorno e notte corteggiavano lo stesso cielo, in cui l’aria era tesa e il silenzio si faceva persona e lo potevi abbracciare e ci potevi parlare.
Anche Serena lo adorava. Avevano passato notti intere ad attenderlo, stretti l’uno all’altra, solo per poi vederlo dissolvere con le ultime stelle.
Quando lei partì, a Rosario, che non aveva avuto il coraggio di seguirla, non rimase che il silenzio.
Improvviso e potente esplose il grido dei gabbiani, svegliati dal sole e dal canto dei pescatori, che dopo la notte ritornavano in porto.
Il vaporetto era adesso così vicino da poter udire il battito del suo cuore di ferro.
Da vent’anni Rosario raggiungeva il molo all’alba, con la valigia pronta.
Seduto su quella panchina attendeva l’attracco, guardava il viavai dei passeggeri, ascoltava le chiacchiere e i dialetti.
A mezzogiorno, dopo il carico del carbone, quando il fischio del nostromo richiamava gli ultimi viaggiatori, prendeva la valigia, indossava il cappello e tornava a casa.
Ma quella, lo sentiva, era la volta buona.
I capelli avevano preso il colore della sabbia, il tempo aveva cesellato la pelle olivastra di rughe, e lui era pronto.

Un pescatore con la faccia bruciata dal sole lavava le reti, cantando una canzone dal sapore balcanico.
Rosario guardava il mare, su cui scivolava pigro il battello.
Lo avrebbe preso domani.         

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