Basaglia

«Ma hai visto che razza di randello?» dissi io.
«Lo so, lo so.» Luigi aspirò a occhi socchiusi, poi fece scivolare fuori il fumo dalle narici.
«Cristo santo! Saranno stati almeno trenta centimetri. Da moscio, Luigi!»
Luigi annuiva, il busto appoggiato alla ringhiera di metallo.
All’epoca – prima cioè che il signor Basaglia, pur con le migliori intenzioni, mandasse tutti a casa – lavoravo come inserviente all’ospedale psichiatrico San Bernardino. Avevo ventitré anni e nessuna qualificazione particolare, a parte un fisico da nuotatore: piuttosto utile se si considera che quello che dovevo fare, oltre a servire i pasti e rassettare le stanze, era assistere infermieri e infermiere quando qualcuno degli ospiti dava in escandescenze, il che succedeva abbastanza di frequente. Centoventimila lire al mese, otto ore di lavoro al giorno, una pausa di dieci minuti ogni due ore. Le pause le passavo con Luigi, più grande di me appena di qualche anno, ma che lavorava al manicomio già da quattro. Quando non faceva troppo freddo uscivamo sulla scala antincendio a fumare.
La mia agitazione allora era dovuta a un evento che s’era verificato quella stessa mattina, durante l’orario di ricreazione dei matti.
Alle nove e dieci precise, dopo la colazione e il consueto giro di pastiglie, tutti gli ospiti della struttura idonei alla socializzazione venivano convogliati nel salone al piano terreno, dove rimanevano fino all’ora di pranzo. Tutto quello che dovevo fare io era pulire dove sporcavano e metterli tranquilli quando esageravano, ma per lo più leggevo la gazzetta.
Quel mattino Marcello, uno degli ospiti storici del San Bernardino, d’un tratto s’alzò in piedi e si tirò giù le braghe. Io scattai, ma mi fermai a metà. Tra le gambe, assecondando l’ondeggiare del bacino, dondolava un attrezzo grosso come il braccio d’un bambino di tre anni, un batacchio tale che ci avrebbe potuto suonare le campane, con la punta grossa e porporina. Ridestato dalle grida isteriche d’un gruppo di matte, mi avventai su di lui e mentre quello si dimenava e piangeva gli rimisi a posto i calzoni.
«Ti giuro Luigi, mai visto nulla di simile.»
«Lo so» si limitò a ripetere. Poi gettò la cicca, la osservò roteare per la lunghezza dei tre piani fino a cozzare sull’asfalto in un ultimo guizzo di scintille, e rientrò.
«Pazzesco» sbottai ancora, prima di seguirlo all’interno.

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