La Ballata di Lando – Cap X: Ortaggi da assedio.

Detesto lasciare le cose incompiute. Così, anche se dopo tantissimo tempo – tanto, dico, che forse ve ne eravate pure scordati – ho scritto il capitolo conclusivo de “La Ballata di Lando”, con la solita dose di umorismo basso, medio e alto, ma soprattutto basso. Potete trovare i capitoli precedenti su TheIncipit oppure scartabellare nel blog! 

Le Zucche di Pandora sono ortaggi portentosi, che possono arrivare a pesare svariati quintali. I piccoli e laboriosi Gnomi del Moch le usano da tempo immemorabile come abitazioni perché, una volta svuotate della polpa, sono molto spaziose ed è facile intagliarvi porte e finestre. Inoltre la loro buccia, spessa svariati centimetri, è un perfetto isolante naturale. Ma non tutti le usano in questo modo: i Genieri Imperiali, per esempio, le impiegano per fare le prove con la catapulta. Questo perché sono più leggere e facili da spostare dei macigni, una volta sloggiati gli gnomi.

Ho osservato con attenzione le ultime sette Zucche trasformarsi in poltiglia sulle mura di Roccamara, domandandomi quale psicopatico demonio m’avesse posseduto al momento di accettare la folle proposta di zio Rufus. Vagavo disperato per l’accampamento deserto, accompagnato dallo zio e da due guardie che avevano il compito di assistermi in ogni bisogno (e di evitare che mi allontanassi troppo): avevo meno di sei ore per espugnare la fortezza e cominciavo quasi a rimpiangere la compagnia del drago. Le avevo pensate tutte. L’idea migliore che m’era venuta era scavare un tunnel fin dentro le mura, ma non c’era abbastanza tempo: se non avessi espugnato la fortezza entro il tramonto, sarei stato scuoiato e la mia pelle utilizzata per fabbricare tamburi da guerra. «Ma guardatemi» avevo protestato, pizzicandomi la pelle sotto il braccio «con questa non ci fate neanche un bongo!». Ma nessuno mi aveva dato retta.
Erravo dunque da ore, già sentendo sul collo il tocco della lama del conciatore, quando tutt’a un tratto zio Rufus mi aveva afferrato per le braccia e, portando i suoi occhi a pompelmo a un palmo dai miei, aveva urlato: «la Catapulta!»

Così eccomi qui, seduto all’interno dell’estremità concava di un braccio ligneo lungo circa sei metri, mentre i genieri indaffarati armeggiano attorno alla macchina da assedio. Si consultano, discutono, alzano il braccio teso col pugno chiuso e il pollice alzato, tracciando così una linea immaginaria che dal loro occhio va fino al bersaglio. Secondo i loro calcoli, dovrei centrare la finestra della stanza di Ubertino delle Fosse, visconte di Roccamara, a cui in nome dell’Imperatore-al-di-Qua dovrei dare poi il benservito.
E se è vero che narrarvi la mia storia mi ha fatto guadagnare qualche ora di vita in più, è anche vero che il suo epilogo è legato al braccio della catapulta. Quindi voialtri ricordatela bene, ricordatela, la Ballata di Lando! Ché non so se mi capiterà di raccontarla ancora, né a voi di sentirla raccontare da me.
«Stavolta ci siamo» mi dice intanto il capo artigliere, un nano strabico dalla barba caliginosa, dopo che l’ottava zucca s’è spappolata sulla facciata nera del maschio del castello, tra le grida disperate degli gnomi.
«Non mi sembra proprio che “ci siamo”» protesto.
Quello fa spallucce. «Abbiamo aggiustato i tiro. L’ultima ha mancato la finestra di neanche tre metri! E poi» prosegue, indicando la piccola folla di gnomi con i loro bagagli «sono finite le Zucche.»
Guardo con apprensione il grosso contrappeso all’estremità opposta del braccio della catapulta, che gli imprimerà la forza di rotazione necessaria a scagliarmi verso il bersaglio a velocità allarmante. «Allora, sei pronto?» domanda il nano, la mano già sulla leva che libera il meccanismo.
«Non possiamo parlarne?»

La risposta resta alle mie spalle, mentre in un battito di palpebre mi involo verso il destino. Ma credo fosse “no”.

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