La Ballata di Lando – Cap VIII: Lando Furioso

[Come sempre, il seguito si decide su TheIncipit!]

I draghi allora si dividevano, secondo il Protocollo, in cinque categorie.
Nella categoria A rientravano gli Pseudodraghi, poco più che animali da compagnia; nella B i cuccioli di drago e i Draghetti Falconieri, ottimi per lo spezzatino e l’arrosto. Con la categoria C si cominciava a fare sul serio: comprendeva i Giovani Draghi, già abbastanza pericolosi, ma aggressivi solo se intrappolati. Alla D appartenevano i Draghi Adulti, pericolosi sempre, ed alla E i Draghi Infami, bestie rancorose, permalose e omicide, gettate dagli dei sulla terra per ricordare a tutti chi comanda.
«E chi comanda, Buzuk?» avevo chiesto un giorno all’anziano sciamano, in uno dei suoi rari momenti di lucidità.
«I Draghi, Lando. Comandano i Draghi.»
Quello a cui mi trovavo mio malgrado a fare da appendice doveva essere a metà tra le ultime due classi: abbastanza grosso da costituire una minaccia più che autorevole ma non da impedire a un gruppo di sconsiderati (e sfacciatamente fortunati) dragonieri di catturarlo dopo averlo colto nel sonno. A vederlo faceva davvero la sua bella figura, micidiale, una fortezza volante di fuoco e scaglie.
Aspettai invano per più un’ora il secondo paladino, come da manuale, ma non venne nessuno ed era chiaro che nessuno sarebbe venuto neppure dopo.
Era chiaro, che avevano troppa paura.
«Allora?» gridai, e la mia voce riecheggiò tra le case buie.
«Che razza di paladini siete, per farvi spaventare da una grossa lucertola?»
Al sentirsi apostrofare a quel modo così poco rispettoso il drago ebbe un moto di sdegno. Spalancò le ali, ruggì e sfiammò verso l’alto una colonna di fuoco che fece giorno per oltre mezzo miglio.
«E piantala un po’ anche te, sbruffone!» mi sgolai, agitando un pugno «Per i gioielli del tesoro segreto del Lotz, possibile che non sia rimasto neanche un briciolo di coraggio dietro le vostre corazze? Lo so che mi sentite!»
La eco del mio monito si disperse nel buio senza che fosse degnata di una risposta.
Grosse lacrime presero allora a cadermi sulla fronte, piangere a testa in giù era una sensazione strana.
Mi resi conto solo in quel momento di quanto il silenzio di quegli splendidi campioni, rintanati come topi dietro i battenti del palazzo della Gilda dei Paladini, mi avesse spezzato il cuore.
«E va bene» dissi, spingendo sul muro con le mani fino a dondolare «non volete pensarci voi? Benissimo. Accomodatevi. Restate pure a coccolarvi. Ci penso io.»
Oscillavo pericolosamente rasente la parete finché, con un’ultima spinta, agguantai la grondaia che correva sull’angolo del palazzo. Mi issai e, non più stretta per via del mio stesso peso, la catena si sciolse dal piede.
Presi ad arrampicarmi come mille volte avevo fatto quando mi occupavo di appartamenti, agile come un Codabianca Muschiato delle steppe, finché le mie mani si chiusero sulla prima fila di tegole ed io mi issai sul tetto.
Il drago era sempre lì, tronfio ed ebbro della sua stessa forza. Desideravo ferocemente prenderlo a calci, anche se il più piccolo dei suoi artigli, nero e lucido, era così grosso che mi ci potevo specchiare integralmente.
Allora raccolsi una tegola.
Fu come lanciarla su una scogliera: stesso rumore, stesso effetto.
«Facile fare il bullo, quando pesi venti tonnellate eh, sottospecie d’iguana piromane mangia carogne? Guardami. Guardami ho detto!»
Mi guardò.
E fu in quel preciso istante che mi accorsi di aver avuto una pessima, splendida idea.
Lo vidi arrivare e non tentai neppure di evitarlo: le fauci si chiusero e si fece tutto buio e viscido e maleodorante. Mi ingollò intero, come una crocchetta al gusto di merda, e scivolai in quella che sembrava una gigantesco tunnel di roccia per metri e metri fino al suo stomaco.
Ora, c’è un motivo valido se i draghi non mangiano gli orchi, a parte il sapore intendo.
Li squartano sì, li spappolano, spesso li arrostiscono, a volte li masticano perfino un poco, ma non li mangiano.
Mai, per nessuna ragione.
Il fatto è che la pelle degli orchi trasuda un muco altamente tossico, un misto tra la pappetta che si forma sul pavimento dei bagni pubblici, il pesce marcio e la patina di grasso sul sospensorio di un lottatore dopo un’intera stagione di incontri nell’arena imperiale.
I goblin no, loro puzzano e basta.
E i draghi lo sanno.
Questo specifico drago tuttavia, visto che fisicamente ho preso da papà, non se ne accorse.
Non s’accorse, dico, che pur sembrando goblin io ero orco per almeno una buona metà, se non quando era ormai troppo tardi e lo stomaco in cui ero venuto a trovarmi, simile a una gigantesca grotta, aveva preso a contrarsi con il fragore di una macina. Sentì il mostro alzarsi in volo per trovare un poco di sollievo, udii il fischio del vento quando spalancò la bocca annaspando in cerca d’aria, ma era tutto inutile.
Gli spasmi si fecero via via sempre più violenti e ravvicinati, finché accadde l’inevitabile e il drago vomitò me, una mucca e i resti di un cavallo con tanto di palafreni, armatura e cavaliere. Poi si dileguò ululando nella notte.

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