Cacca di Drago: lo strano caso dei Lettori d’Assalto – un noir.

La scena del crimine è quella del Garage Vian.
Gli indiziati, sette loschi individui identificati come facenti parte dei Lettori d’Assalto, gruppo terroristico con scopi culturali e artistici.
(Complici per omissione, invece, i gestori del locale).
Testimoni: il pubblico ignaro tra cui, a titolo d’esempio, un fotografo-libraio, una fisarmonicista, un videomaker, una studentessa di scienze internazionali.
Le armi del delitto: una chitarra, un leggio, abbondanti buoni libri.

La vittima: la noia di un opaco mercoledì sera.

Arrivo al Garage alle nove postmeridiane.
Mi accorgo subito che qualcosa non va quando D. del Duo Di (che cosa non si sa – cit.) mi si presenta davanti con una cravatta viola, confessandomi che gli altri indiziati progettano di ucciderlo a causa della stessa. L’altro compare, che passa invece inosservato perché lui l’abito e la cravatta li indossa anche per dormire, svicola nel bagno con alcuni flaconi di liquido lamentando un non meglio precisato bruciore agli occhi.
Prendo posto, ma sono teso: il mio caro vecchio fiuto mi dice che qualcosa sta per accadere. Infatti è così.
D. e D. del Duo Di conquistano il palco con qualche gag prima un po’timida, poi a briglia sciolta. È allora che, secondo i testimoni, qualcuno piglia una chitarra: a detta di alcuni D., secondo altri invece D.(pur di celare il loro analfabetismo all’interno del gruppo di Lettori, uno suona, l’altro impara i testi a memoria).
Poi entrano i restanti indiziati (vedi foto segnaletica – allegato 1).
Un tizio alto e magro in abito scuro, seguito da tre donne dall’aria pericolosa: una ragazza con i codini, un’altra con la bombetta e i capelli rossi, una terza vestita di rosso.
Ormai è chiaro che siamo in ostaggio: vogliono che guardiamo mentre ammazzano la noia a colpi di chitarra e poi la fanno a pezzi tagliandola con la carta.
E noi, di fuggire, non se ne parla.
Ci tengono lì inchiodati servendosi di un’arte desueta, oggi quasi completamente dimenticata: quella che invece teneva i nostri papà e le nostre mamme seduti intorno al nonno, e i più vecchi di noi svegli fino al momento di spegnere la luce; quella che ancora riemerge in sprazzi d’ebbrezza quando vecchi amici si rincontrano intorno a un tavolo e a una bottiglia di vino: l’arte, dico, del racconto.
Leggono, interpretano, cantano finché hanno fiato, carta e inchiostro.
Poi finalmente, dopo aver fatto le loro richieste al negoziatore inviato dal governo (roba come amore per la lettura e qualche risata gratuita per qualcosa che sia diverso dal solito becero cabaret televisivo e cinepanettonico) ci lasciano andare.

Esco finalmente fuori, all’aria aperta, libero.
Finalmente.

Sai cosa?
Quasi quasi ci torno.

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