Sulla scrittura: Editoria A(p)pagamento

Si parla tantissimo negli ultimi tempi di editoria e dintorni, questi ultimi intesi come quella zona grigia che si estende tra ciò che è l’editoria vera e propria e la carta igienica.
Fondamentale agli occhi di chi si scrive (inteso come “gente che scrive” ma anche come “il sottoscritto”) è la distinzione, meno netta di quanto sembri, tra editoria a pagamento e editoria cd free, tralasciando per ora la faccenda dell’autopubblicazione.
La prima è grosso modo individuabile come quella che richiede all’autore di accollarsi parte delle spese, in modi più o meno fantasiosi; la seconda che invece non attribuisce all’autore altri oneri se non quelli che logicamente ci si potrebbe aspettare: fornire il testo, garantirne l’autenticità e la paternità, collaborare per la correzione eccetera eccetera che al mercato mio padre comprò.

Ora, il problema sta proprio nell’individuare il se e il quanto dell’apporto dell’autore perché l’ipotetica casa editrice possa continuare a dirsi free o viceversa ricada nel girone di quella a pagamento.
Per come la vedo io, onde evitare equivoci, il fenomeno riguarda qualsiasi pattuizione che comporti per l’autore assunzione di rischi che spetterebbero viceversa all’editore.
A favore dell’apporto economico dell’autore invece si è schierata la nutrita truppa di chi pubblica e si fa pubblicare a pagamento. Gli argomenti avanzati sono vari, alcuni piuttosto cinici, presentati come oggettivi, per esempio: “l’editore è pur sempre un imprenditore, il suo obiettivo è guadagnare. Quindi non è così sbagliato che chieda all’autore di contribuire.”
Altri più romantici, ma non per questo meno dannosi. Uno dei più in quotati è: “ogni autore ha diritto di vedere pubblicata la propria opera”.
Li smonto uno a uno, così vediamo come sono fatti dentro.

1. “l’editore è pur sempre un imprenditore, il suo obiettivo è guadagnare. Quindi non è così sbagliato che chieda all’autore di contribuire.”
Verissimo: l’editore è un imprenditore. Proprio per questo, dal mio punto di vista, l’editoria a pagamento non è nemmeno così genuina dal punto di vista del diritto.
Perché si possa parlare di imprenditore, è infatti essenziale il riferimento alla figura dell’assunzione del rischio.
Nel momento in cui il rischio economico, in tutto o in parte, viene addossato all’autore, occorrerà fare un grosso sforzo per poter giustificare il godimento di una grossa fetta dei proventi della sua opera da parte dell’editore.

2. Dire che ogni autore ha diritto a veder pubblicata la propria opera è come dire che ogni aspirante chirurgo ha diritto di operare. Se proprio vogliamo ragionare in questi termini, c’è sempre da giocare la carta dell’autopubblicazione che, per quanto forse meno appagante dal punto di vista dell’ego dell’autore, è anche sicuramente meno dannosa per il pubblico.

E qui giungiamo a un nodo cruciale.
Perché tutto questo sbracciarsi d’autori contro l’editoria a pagamento in una gara a chi ce l’ha più lungo (il romanzo)? Che fastidio dà ad autori ed editori, se qualcuno sceglie di pagare per farsi pubblicare?
I fastidi, in realtà, sono parecchi.

In primo luogo, si diffonde una cultura sbagliata in ambito artistico che è quella del pago-per-avere. Quando si potrà comprare il talento, forse questo discorso avrà un senso.
Ma il punto fondamentale è che chi paga per pubblicare danneggia tutti.
Solitamente infatti (solitamente, dico: liberi di credere che non stia parlando proprio di voi) opta per l’Editoria a pagamento chi non ha ottenuto o non spera di ottenere la pubblicazione con una casa free.
Qui ci sono già due nervi scoperti: nel secondo caso l’autore dimostra di non credere egli stesso alla bontà del suo lavoro. Nel primo questo pensiero è forse giunto in un secondo momento, ma ad esso si aggiunge il campanello d’allarme del rifiuto reiterato. Diciamolo, se su dodici case editrici dodici ti hanno consigliato di lasciar perdere, forse è il caso di rifletterci.
Qui solitamente c’è qualcuno che scatta su e dice “Eh, ma alla Rowling gli hanno rifiutato il manoscritto anche più di dodici volte, non vuol dire che fosse un brutto lavoro”.
Al che solitamente rispondo “sì, infatti alla tredicesima glie lo hanno pubblicato e ora è così ricca cha fa quasi schifo”.
In questa situazione, l’immissione sul mercato di un enorme quantitativo di prodotti, in assenza un filtro editoriale adeguato, penalizza la categoria degli esordienti, che di norma, già solo per il fatto di essere tali, non godono di ampi consensi. Gli editori-imprenditori saranno così meno propensi a promuovere altri esordienti, poiché i lettori saranno meno propensi a leggerli. E via in un circolo vizioso, già sotto gli occhi di tutti, dove il libro in esordio viene acquistato/letto da una ristretta cerchia di amici-parenti e lì ristagna finché non è il momento di mandarlo al macero.

Discorso diverso per l’autopubblicazione, dove sono chiare fin da subito le regole del gioco e starà alla bravura dell’autore il promuovere in modo adeguato l’opera in cui ha investito personalmente.
Anzi, in alcun casi, visti i limiti dell’editoria medio-piccola in materia di promozione e distribuzione, qualora l’autore disponga di un bel giro di contatti, il self-publishing può essere addirittura più redditizio della pubblicazione con case editrici free e non.

Ma perché dunque, per concludere, c’è questa smania di pubblicare?
In definitiva, a mio parere, per lasciare un segno nelle mutande del mondo. Perché qualcuno ci ricordi.
Ma forse anche per appagare il nostro ego, per saziare questa fame di attenzioni che il XXI secolo e Internet ci hanno regalato.

Scrivere è facile ed economico, lo possono fare tutti: ed il problema è proprio che lo fanno tutti.
Diverso è credere che siano tutti capaci di farlo.

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