(Ri)scatto alla risposta – parte 2

– Zitto, fallo stare zitto o stavolta giuro che lo ammazzo.
Linda è fuori di sé. Lo siamo tutti: non so se dipende dall’aria calda e malsana, da qualche fungo patogeno annidato da secoli tra le travi muffite di questa stamberga o dalla tensione accumulata in questi giorni di clandestinità, ma i nervi dell’uno sembrano annodati a quelli degli altri e sono tesi al punto che, quando scatta uno, scattiamo tutti.
Non so cos’ha fatto partire Linda, stavolta, anche se credo che il pianto isterico di Martino, un frignare senza lacrime fatto soltanto di aria pompata fuori da quel corpo minuscolo, possa avere in qualche modo contribuito.
– Linda, calmati – prova a fermarla Giorgio, ma quella si ritrae come per evitare un cavo elettrico scoperto.
– No, caro, stavolta non mi freghi. Tu e quell’altra ameba del tuo compare, stavolta, andate a farvi fottere. Ne ho le scatole piene dei pianti isterici di questo principino. Vuoi il tuo maledetto frullato, moccioso? – domanda, aprendo un cassetto roso dai tarli – Ti accontento subito.
Quando metto a fuoco il coltello che ha tra le mani, quelle splendide delicatissime mani, è troppo tardi: si è già lanciata sul bambino, strozzandogli l’urlo in gola.
– Che diavolo… Giorgio, Cristo, fermala!
Ma Linda è una furia, strappa e taglia e sparge in un delirio di imbottitura e di pelo.
Quando si rialza, del povero Lobo è rimasto solo un occhio penzolante attaccato ad un residuo di pelliccia. – Ecco qua – dice glaciale, raccogliendo tutto e ficcandolo a mano in una caraffa piena d’acqua -goditelo.

Dalla sera dell’orsacchiotto, Martino ha smesso di parlare.
In casa c’è molta più quiete, se si eccettuano le volte in cui la vecchia zia di Linda, malata di Alzheimer, si mette a gridare dalla sua stanza in cima alle scale. Ma io, e credo anche Giorgio, preferivamo quando il marmocchio portava in giro il suo testone ricciuto dialogando con Lobo sul senso della vita. Solo linda sembra contenta, canticchia perfino, ma con la bocca chiusa, inarcata in un sorriso sintetico. Fa impressione.
– Linda? – domanda la voce dal piano di sopra, quando accidentalmente urto il portaombrelli all’ingresso, rovesciandolo. In questa casa vecchia rimbomba tutto.
– No signora, sono Teo – rispondo, sistemando gli ombrelli e il loro contenitore.
– Sei il marito di Linda?
– No, signora.
L’immagine evocata dalla vecchia mi fa venire i brividi.
– E Adolfo, c’è Adolfo?
Se non la tronco subito, la conversazione può andare avanti a strascico per svariati minuti.
– È uscito a comprare il pane, torna subito.
La mia risposta deve averla soddisfatta, perché sento la sedia a dondolo riprendere il suo cigolio instancabile.
Adolfo era il marito della signora, partito per la seconda guerra mondiale e mai più tornato. Il salotto è tappezzato di sue fotografie in divisa, che utilizzo la sera per inventare favole da raccontare al principe marmocchio, prima di dormire. L’ha chiamato Capitan Tremore, perché fa tremare i suoi avversari. Io invece mi sono immaginato il vecchio Adolfo che vibrava come un cellulare rotto, ed ho riso un sacco.
Mi spiace che Martino non parli più.

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